Perchè non insegno nulla: la differenza tra formazione e insegnamento

Ogni volta che entro in un’aula scolastica per un laboratorio, mi trovo davanti gli stessi sguardi annoiati di chi si aspetta l’ennesima lezione di cui non capisce l’utilità. Vi racconto cosa cambio e cosa significa, per me, fare formazione invece di insegnare.

Ogni volta che entro in un’aula scolastica per un laboratorio, mi trovo davanti gli stessi sguardi annoiati di chi si aspetta l’ennesima lezione di cui non capisce l’utilità. Vi racconto cosa cambio e cosa significa, per me, fare formazione invece di insegnare.

Non è cattiveria nei confronti dellə insegnantə o degli adulti che hanno incontrato fino a quel momento (che lavoro che fanno, d’altronde!) ma una posizione di noia nei confronti di un argomento che gli hanno detto essere importante, ma di cui non vedono il senso nella propria vita quotidiana.

Qui inizia il mio lavoro.

La differenza tra “fare una lezione” e “fare formazione”

Essere una formatrice significa, prima di tutto, avere il privilegio di non insegnare nulla.

La formazione non si occupa di trasmettere contenuti, bensì di permettere alle persone di comprendere come la propria vita quotidiana, il proprio paesaggio, il proprio lavoro si intersecano con i grandi temi del nostro tempo e le grandi complessità mondiali.

Il mio lavoro è permettere alle persone di indossare delle nuove lenti con cui guardare quello che già conoscono.

Cosa significa “oltre le risposte facili”

Le “risposte facili” sono quelle che troviamo preconfezionate in un libro scolastico. Fondamentali, certo, danno un punto di partenza, un ordine e una struttura al nostro mondo; ma fermarsi a quelle significa accettare il mondo così come ci viene presentato.

Andare oltre le risposte facili, quindi, significa entrare in una prospettiva di riflessione e di (de)costruzione: ripensare i propri valori, riguardare il proprio modo di stare al mondo, riconoscere che molte delle cose che diamo per scontate sono in realtà scelte politiche, culturali e storiche.

Non è un esercizio veloce o comodo, ma è esattamente ciò che mi chiedono le scuole, le aziende, le comunità e gli enti pubblici quando capiscono che la formazione tradizionale non basta più.

Ma quindi, cosa cambia?

Cambia tutto!

In aula non arrivo con una presentazione PowerPoint, ma con oggetti, mattoncini, mappe, fotografie e domande scomode. Di fatto, pongo le condizioni perchè si aprano dialoghi e riflessioni che nemmeno io avevo previsto sin dall’inizio.

Faccio sì che le persone parlino tra loro prima di parlare con me, lascio che il disaccordo emerga prima di provare a risolverlo, introduco la cornice teorica solo dopo che il gruppo ha già sentito la complessità del tema sulla pelle.

Si chiama educazione esperienziale ed è il principio che sta alla base degli standard di Educazione alla Cittadinanza Globale del Consiglio d’Europa e dell’UNESCO.

In questo modello, la teoria arriva dopo l’esperienza perchè la comprensione è più profonda quando il corpo ha già “sentito” prima che la mente razionalizzi.

Un esempio pratico

Tempo fa, la Groenlandia è rimbalzata sui giornali per settimane e, mentre leggevo articoli e ascoltavo podcast sulla vicenda, il mio pensiero è andato subito al fatto che forse la questione era diventata sporporzionata… un po’ come la Groenlandia sulla mappa.

Quell’osservazione è profondamente legata ad uno dei laboratori che propongo, in cui poggio al centro della sala una mappa del mondo con una proiezione diversa da quella di Mercatore (la Peters o, più recentemente, Equal Earth) e non dico nulla.

Inevitabilmente, qualcuno commenta:

Quelle frasi, che nessun manuale scolastico riuscirà mai a produrre da solo, sono il vero contenuto dell’incontro e il punto di partenza del mio lavoro perchè si attivano solo quando una persona si trova davanti a qualcosa che mette in discussione una mappa interiore.

Ho dedicato un intero articolo a questa attività, perchè spiegarne la profondità richiede un deep dive nella storia della cartografia, nelle scelte istituzionali della Banca Mondiale e dell’Unione Africana, e nel modo in cui una mappa può ricalibrare il senso del proprio valore.

Perchè chi è la formazione PignaMentis

Per le scuole che vogliono integrare l’Educazione alla Cittadinanza Globale nelle materie disciplinari, non confinandola ad un’ora isolata di educazione civica.

Per le aziende che hanno capito che un team building di facciata non basta più a fare squadra.

Per le comunità e le amministrazioni che vogliono prendere decisioni collettive senza ridurle ad un evento partecipativo da locandina.

Per i centri culturali e le biblioteche che vogliono offrire serate che diventino conversazioni il giorno dopo.

E per chiunque si sia trovato, almeno una volta, ad uscire da un corso di formazione pensando “ma che cosa mi resterà di questa giornata?”.

A queste persone propongo qualcosa di diverso: esperienze.

E quando funziona, quando esce dalla porta una persona che pensa qualcosa a cui non aveva mai pensato prima, quello è il mio momento in cui sento di aver fatto il mio lavoro.

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